≡ 

 En chemin >

Veglia Pasquale 2014

Veglia Pasquale 2014

Pasqua: Festa di Cambiamento

JPEG - 196.6 Kb
Momento di riflessione laica in prosa, musica e poesia.

Animato da Vittorio, Vito, Fulvio e Giuliano

Canzone: Venerdì Santo (F. Guccini)

Venerdì Santo: prima di sera, c’era l’odore di primavera;
Venerdì Santo: le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;

Venerdì Santo: piene d’incenso sono le vecchie strade del centro,
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.

Venerdì Santo stanchi di gente siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo anche l’amore sembra languore di penitenza

Venerdí Santo muore il Signore tu muori amore fra le mie braccia
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo Venerdí Santo.

JPEG - 288 Kb

JPEGLettura
(Preghiere Scout - Campo Scuola Esploratori/Guide 2006)

Donaci, Signore, il coraggio di lasciare gli ormeggi delle nostre sicurezze, delle nostre abitudini per iniziare a metterci in cammino. Non abbiamo da temere, Signore: getteremo le reti sulla Tua Parola. Fino ad ora vane sono state le fatiche, confidando sulle nostre sole forze. Ci chiami a metterci in cammino per seguire le Tue orme. Orme a volte stanche, ma sicure. Quieta i nostri cuori, perché possa venire la Tua Parola e possa illuminare i nostri passi. Dacci più fede, Signore, e il coraggio di saper osare anche quando tutto intorno a noi frena gli slanci dell’annuncio. Ti chiediamo, Signore, il tuo aiuto perché la Chiesa sia sempre in mare aperto e non in tranquille acque che danno sentore di morte. Ti ringraziamo di averci scelti e averci dato fiducia. Manda ancora, Signore, uomini e donne che abbandonano tutto per mettersi in cammino verso terre sconosciute. Molti versano il loro sangue sui passi dei lieti annunzi. Ti preghiamo per loro, Signore. Dà anche a noi lo stesso coraggio. Signore, compagno del nostro cammino, metti in noi l’impazienza per allungare il passo e raggiungere i solitari della strada. Rimettici in cammino, quando i nostri passi si fanno stanchi e ci trovi delusi ai bordi della strada per non aver pescato nulla. Continua ad essere il nostro buon Samaritano, versando l’olio della speranza. Nel nostro essere pellegrini, riempi ancora le bisacce col Pane del cammino e il Vino dei salvati. Accompagna i passi dei "pescatori di uomini" che hanno scelto di condividere il pane duro dei poveri della Terra. Infine, Signore nostro Dio, facci annunciatori di pace, là dove tutto parla di vendetta e di odio, di guerra e di violenza. Siano le nostre vite a parlare, sicuri che nulla è impossibile con Te e per Te.

AMEN.

Cambia strada, io ti indico la via per le sorgenti, di qua attraversi una terra nuova e splendida; di qua il cielo è più vicino e l’azzurro non è così azzurro da nessun’altra parte, di qua è la casa della pace, e il volto di Dio è luminoso, e l’uomo un amico. Convèrtiti, non suona allora come un’ingiunzione, ma come la migliore delle risorse. Hai davanti a te la vita, ti prego, non perderla. Credete nel vangelo. Fidatevi di una buona notizia. E sento la pressante dolcezza di questa preghiera: riparti da una buona notizia, Dio è qui e guarisce la vita, Dio è con te, con amore. La buona notizia che Gesù annuncia è l’amore. Credi; vale a dire: fidati dell’amore, abbi fiducia nell’amore in tutte le sue forme, come forma della terra, come forma del vivere, come forma di Dio. Non fidarti di altre cose, non della forza, non dell’intelligenza, non del denaro.
Riparti dall’amore. Noi, gli uomini di Cristo, altro non siamo che coloro che hanno creduto all’amore.

AMEN.

Canzone: Canzone della vita quotidiana (F. GUCCINI)

Inizia presto all’alba o tardi al pomeriggio ma in questo non c’è alcuna differenza le ore che hai davanti son le stesse, son tante stesso coraggio chiede l’esistenza.
La vita quotidiana ti ha visto e già succhiato come il caffè che bevi appena alzato. E l’acqua fredda in faccia cancella già i tuoi sogni e col bisogno annega la speranza. E mentre la dolcezza del sonno si allontana, inizia la tua vita quotidiana.
E subito ti affanni in cose in cui non credi, la testa piena di vacanze ed ozio e non sono peggiori i mali dei rimedi, la malattia è la noia del lavoro.
Fatiche senza scopo, furiose e vane corse, angosce senza un forse, senza un dopo; un giorno dopo l’altro il tuo deserto annuale, con le oasi in ferragosto e per Natale, ma anno dopo anno, li conti e sono tanti quei giorni nella vita che hai davanti.
Ipocrisie leggere, rabbie da poco prezzo, risposte argute date sempre tardi, saluti caldi d’ansia, di noia o di disprezzo, o senza che s’incrocino gli sguardi.
Le usate confidenze di malattie o di sesso, dove ciascuno ascolta sol se stesso; finzioni naturali in cui ci adoperiamo per non sembrar di esser quel che siamo. Consolati pensando che inizia e già è finita questa che tutti i giorni è la tua vita.
Amori disperati, amori fatti in fretta, consumati per rabbia o per dovere che spengono in stanchezza con una sigaretta i desideri nati in tante sere.
Amori fatti in furia, ridicolo contrasto, dopo quei film di fasto e di lussuria; rivincita notturna dove per esser vero l’uno tradisce l’altro col pensiero. Son questi che tu vedi, che vivi e che hai d’attorno gli amori della vita di ogni giorno.
Le tue paure assidue, le gioie solitarie, i drammi che commuovon te soltanto, le soluzioni ambigue, i compromessi vari, glorie vantate poi di tanto in tanto.
I piccoli malanni sempre più numerosi, più dolorosi col passar degli anni; la lotta vuota e vana, patetico tentare di rimandare un poco la vecchiaia. E poi ti trovi vecchio e ancor non hai capito che la vita quotidiana ti ha tradito.

JPEG - 307.2 Kb

JPEGLettura
Sulla conoscenza

E un uomo disse: Parlaci della Conoscenza. E lui rispose dicendo: Il vostro cuore conosce nel silenzio i segreti dei giorni e delle notti. Ma il vostro orecchio è assetato dal rumore di quanto il cuore conosce. Vorreste esprimere ciò che avete sempre pensato. Vorreste toccare con mano il corpo nudo dei vostri sogni.
Ed è bene che sappiate: La fonte nascosta della vostra anima dovrà necessariamente effondersi e fluire mormorando verso il mare; E il tesoro della vostra infinita profondità si mostrerà ai vostri occhi; Ma non con la bilancia valuterete questo sconosciuto tesoro; E non scandaglierete con asta o sonda le profondità della vostra conoscenza. Poiché l’essere è un mare sconfinato e incommensurabile.
Non dite: “Ho trovato la verità”, ma piuttosto, “Ho trovato una verità”. Non dite: “Ho trovato il sentiero dell’anima”, ma piuttosto, “Ho incontrato l’anima in cammino sul mio sentiero”. Poiché l’anima cammina su tutti i sentieri. L’anima non procede in linea retta, e neppure cresce come una canna. L’anima si schiude, come un fiore di loto dagli innumerevoli petali.
(Khalil Gibran)

JPEG - 261.1 Kb

JPEGNoi non siamo separati dal mondo,ogni nostro piccolo sforzo, ogni piccola realizzazione è già parte del cambiamento. Siamo seminatori instancabili, non dobbiamo attendere che altri facciano qualcosa ma noi stessi dobbiamo portare amore. Non essere sfiduciato se non vedi quanto desideri , se ti attendi grandi progetti e grandi realizzazioni, non gettare la spugna smettendo di credere nelle tue capacità,ma sii felice del fatto che piccoli squarci di luce avvengono ed esistono anche se nessuno ne parla per farci sentire impotenti e sfiduciati.
La reazione di chi ci vive intorno è la paura; si teme il cambiamento avvenuto in noi, si teme di perdere quel che si conosceva e sembra esserci un baratro su quanto siamo diventati. E’ come se, ora che si aprono le ali, gli altri volessero trattenerci, legarle per non farci sfuggire. Questo è una naturale reazione di chi teme di perdere la nostra presenza, ci vede impegnati in qualcosa che non si comprende a fondo. Noi possiamo essere comprensivi, ma non possiamo fermare un processo che fa il suo corso, questo è un sentiero senza ritorno. L’amore incondizionato, come quel fiore, dona aroma e bellezza perchè è la sua vera natura.
Sii perseverante e sii esempio per tutti, segui il profumo dell’amore incondizionato.
(12.12.2010 Poetyca)

Canzone: Quante Le Strade (Blowing in the Wind) – B.Dylan

Quante le strade che un uomo farà e quando fermarsi potrà? Quanti mari un gabbiano potrà attraversar per giungere e riposar? Quando tutta la gente del mondo riavrà per sempre la sua libertà? Risposta non c’è o forse, chi lo sa, caduta nel vento sarà.
Quando dal mare un’onda verrà che i monti lavare potrà? Quanto un uomo dovrà litigar sapendo che è inutile odiar? E poi quante persone dovranno morir, perché siamo troppi a morir? Risposta non c’è o forse, chi lo sa, caduta nel vento sarà.
Quanti cannoni dovranno sparar e quando la pace verrà? Quanti bimbi innocenti dovranno morir e senza sapere il perché? Quanto giovane sangue versato sarà finché un’alba nuova verrà? Risposta non c’è o forse, chi lo sa, caduta nel vento sarà.

JPEG - 271.4 Kb

JPEGLettura
(Pablo Neruda)

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

Canzone/Lettura: C’è solo la strada (G. Gaber)

[parlato] Maria, ti amo. Maria, ho bisogno di te. Poi la stringo e la bacio, infagottato d’amore e di vestiti. E anche lei si muove, felice della sua apparenza e del nostro amore. E la cosa continua bellissima per giorni e giorni. Una nave, con una rotta precisa che ci porta dritti verso una casa, una casa con noi due soli. Una gran tenerezza e una porta che si chiude.
Nelle case non c’è niente di buono appena una porta si chiude dietro a un uomo succede qualcosa di strano, non c’è niente da fare è fatale, quell’uomo comincia ad ammuffire. Basta una chiave che chiuda la porta d’ingresso che non sei già più come prima e ti senti depresso. La chiave tremenda, appena si gira la chiave siamo dentro a una stanza: si mangia, si dorme, si beve.
[parlato] Ne ho conosciute tante di famiglie, la famiglia è più economica e protegge di più. Ci si organizza bene, una minestra per tutti, tranquillanti, aspirine per tutti, gli assorbenti, il cotone, i confetti Falqui.
Nelle case non c’è niente di buono appena una porta si chiude dietro a un uomo quell’uomo è pesante e passa di moda sul posto incomincia a marcire, a puzzare molto presto. Nelle case non c’è niente di buono c’è tutto che puzza di chiuso e di cesso: si fa il bagno, ci si lava i denti ma puzziamo lo stesso. Amore ti lascio, ti lascio.
C’è solo la strada su cui puoi contare la strada è l’unica salvezza c’è solo la voglia e il bisogno di uscire di esporsi nella strada e nella piazza perché il giudizio universale non passa per le case le case dove noi ci nascondiamo bisogna ritornare nella strada nella strada per conoscere chi siamo.
C’è solo la strada su cui puoi contare la strada è l’unica salvezza c’è solo la voglia e il bisogno di uscire di esporsi nella strada, nella piazza perché il giudizio universale non passa per le case e gli angeli non danno appuntamenti e anche nelle case più spaziose non c’è spazio per verifiche e confronti.
[parlato] Laura, ti amo. Laura, ho bisogno di te. Con te io ritrovo la strada, le piazze, i giovani, gli studenti. Li avevo lasciati qualche anno fa con la cravatta. Sono molto cambiati, sono molto più belli. Le idee, sì, le idee sono cambiate, e i loro discorsi e il modo di vestire. Gli esseri meno. Gli esseri non sono molto cambiati. Vanno ancora nelle aule di scuola a brucare un po’ di medicina, fettine di chimica, pezzetti di urbanistica con inserti di ecologia, a ore pressappoco regolari. Ed esiste ancora il bar, tra un intervallo e l’altro. E poi l’amore, per fabbricarsi una felicità. Come noi ora. Una coppia, e ancora tante coppie. Unica diversità, un viaggio in India su una Due cavalli. Due, come noi.
E poi ancora una porta, ancora una casa ma siamo convinti che sia un’altra cosa Perché abbiamo esperienze diverse non può finir male perché abbiamo una chiave moderna abbiamo una Yale perché è tutto un rapporto diverso che è molto più avanti ma c’è sempre una casa, con altre aspirine e calmanti e di nuovo mi trovo a marcire in un’altra famiglia, la nostra, la mia abbracciarla guardando la porta e la mia poesia. Amore, ti lascio, vado via.
C’è solo la strada su cui puoi contare la strada è l’unica salvezza c’è solo la voglia, il bisogno di uscire di esporsi nella strada, nella piazza perché il giudizio universale non passa per le case in casa non si sentono le trombe in casa ti allontani dalla vita dalla lotta, dal dolore, dalle bombe.
[parlato] Lidia, ti amo. Lidia, ho bisogno di te... ma, per favore, in un hotel meublé.
Perché il giudizio universale non passa per le case le case dove noi ci nascondiamo bisogna ritornare nella strada nella strada per conoscere chi siamo.
C’è solo la strada su cui puoi contare la strada è l’unica salvezza c’è solo la voglia, il bisogno di uscire di esporsi nella strada, nella piazza. Perché il giudizio universale non passa per le case in casa non si sentono le trombe in casa ti allontani dalla vita dalla lotta, dal dolore, dalle bombe.
... Perché il giudizio universale non passa per le case in casa non si sentono le trombe in casa ti allontani dalla vita dalla lotta, dal dolore, dalle bombe.

JPEG - 256.9 Kb

JPEGLettura – Dalla Divina Commedia (Dante Alighieri)

Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando, come fosse la lingua che parlasse, gittò voce di fuori, e disse: «Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse me più d’un anno là presso a Gaeta, prima che sì Enea la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né ’l debito amore lo qual dovea Penelopé far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi quando venimmo a quella foce stretta dov’Ercule segnò li suoi riguardi,
acciò che l’uom più oltre non si metta: da la man destra mi lasciai Sibilia, da l’altra già m’avea lasciata Setta.
"O frati", dissi "che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente, a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente, non vogliate negar l’esperienza, di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza".

Canzone: Odysseus (Francesco Guccini)

Bisogna che lo affermi fortemente che, certo, non appartenevo al mare anche se i Dei d’Olimpo e umana gente mi sospinsero un giorno a navigare
e se guardavo l’isola petrosa, ulivi e armenti sopra a ogni collina c’era il mio cuore al sommo d’ogni cosa, c’era l’anima mia che è contadina,
Un’isola d’aratro e di frumento senza le vele, senza pescatori, il sudore e la terra erano argento, il vino e l’olio erano i miei ori....
Ma se tu guardi un monte che hai di faccia senti che ti sospinge a un altro monte, un’isola col mare che l’abbraccia ti chiama a un’altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita, concavi navi dalle vele nere e nel mare cambiò quella mia vita...
E il mare trascurato mi travolse, seppi che il mio futuro era sul mare con un dubbio però che non si sciolse, senza futuro era il mio navigare...
Ma nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente, ti esalta l’acqua e al gusto del salato brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito, a ogni incontro ridisegnare il mondo e perdersi nel gusto del proibito sempre più in fondo...
E andare in giorni bianchi come arsura, soffio di vento e forza delle braccia, mano al timone, sguardo nella prua, schiuma che lascia effimera una traccia,
andare nella notte che ti avvolge scrutando delle stelle il tremolare in alto l’Orsa è un segno che ti volge diritta verso il nord della Polare.
E andare come spinto dal destino verso una guerra, verso l’avventura e tornare contro ogni vaticino contro gli Dei e contro la paura.
E andare verso isole incantate, verso altri amori, verso forze arcane, compagni persi e navi naufragate per mesi, anni, o soltanto settimane...
La memoria confonde e dà l’oblio, chi era Nausicaa, e dove le sirene? Circe e Calypso perse nel brusio di voci che non so legare assieme,
mi sfuggono il timone, vela, remo, la frattura fra inizio ed il finire, l’urlo dell’accecato Polifemo ed il mio navigare per fuggire...
E fuggendo si muore e la mia morte sento vicina quando tutto tace sul mare, e maldico la mia sorte, non provo pace, forse perché sono rimasto solo,
ma allora non tremava la mia mano e i remi mutai in ali al folle volo oltre l’umano...
La via del mare segna false rotte, ingannevole in mare ogni tracciato, solo leggende perse nella notte perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi però un’eterna vita racchiusa in versi, in ritmi, in una rima, dandomi ancora la gioia infinita di entrare in porti sconosciuti prima...

JPEG - 287.6 Kb

JPEGLettura : Don Tonino Bello

Qualche volta le parole difficili, invece che complicare le cose, aiutano a capirle. Se non altro, perché incuriosiscono. La parola azzimi è una di quelle. Ma che cosa sono questi azzimi?
Ricordo che, per le sue allusioni a misteriose usanze da beduini, provavo sempre fastidio ogni volta che, durante la Messa di Pasqua, ricorreva quell’oscuro invito di San Paolo a celebrare la festa « con azzimi di sincerità e di verità » (I Cor 5,7,8).
Finché un giorno mi sono deciso ad approfondire la cosa.
Dunque, dovete sapere che, quando arrivava la primavera e, con la raccolta dell’orzo nuovo cominciava il nuovo anno agricolo, gli Ebrei nomadi, per arcaiche consuetudini, eliminavano il vecchio lievito conservato nella madia. Anzi, proprio per il bisogno di inaugurare un nuovo ciclo vitale, distruggevano ogni antico fermento che si trovasse nelle case.
Sicché per una settimana mangiavano pane azzimo: senza lievito, appunto. Una specie di simbolismo per dire anno nuovo vita nuova. Una gran voglia di ricominciare tutto da capo, senza tener conto del passato. Una smania collettiva di rigenerarsi radicalmente. Un traboccamento di entusiasmi vergini che eliminasse tutte le croste della decrepitezza antica. Una decisione forte di romperla con le vecchie storie di ambiguità e di dolore.
Poi per gli Ebrei è venuto il momento dell’esodo dall’Egitto. Accadde in una notte di primavera, proprio nel periodo in cui si mangiavano gli azzimi, e la faccenda del pane senza lievito si è caricata di un altro significato: pane senza lievito perché, per il precipitare degli avvenimenti, nella notte della liberazione non si è avuto il tempo di far fermentare la pasta.
Gli azzimi, quindi, sono i pani non lievitati che, nel richiamo di San Paolo, vogliono indicare due cose: la novità di vita e la rapidità con cui vanno prese certe decisioni.
Cambiare è possibile. Per tutti. Non c’è tristezza antica che tenga. Non ci sono squame di vecchi fermenti che possano resistere all’urto della grazia. Pasqua, festa che ci riscatta dal nostro pesante passato. Non per nulla, noi la celebriamo spezzando quel pane azzimo che vuole essere per tutti simbolo e ... fermento di novità.

Canzone: Il Conformista (G. Gaber)

Io sono un uomo nuovo talmente nuovo che è da tempo che non sono neanche più fascista sono sensibile e altruista orientalista ed in passato sono stato un po’sessantottista da un po’ di tempo ambientalista qualche anno fa nell’euforia mi son sentito come un po’ tutti socialista.
Io sono un uomo nuovo per carità lo dico in senso letterale sono progressista al tempo stesso liberista antirazzista e sono molto buono sono animalista non sono più assistenzialista ultimamente sono un po’ controcorrente, son federalista.
Il conformista è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta, il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa è un concentrato di opinioni che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire forse da buon opportunista si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso.
Il conformista è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza, il conformista s’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza è un animale assai comune che vive di parole da conversazione di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori il giorno esplode la sua festa che è stare in pace con il mondo e farsi largo galleggiando il conformi-i–sta il conformi-ii-i-sta.
Io sono un uomo nuovo e con le donne c’ho un rapporto straordinario sono femminista son disponibile e ottimista europeista non alzo mai la voce sono pacifista ero marxista-leninista e dopo un po’ non so perché mi son trovato cattocomunista.
Il conformista non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone il conformista aerostato evoluto che è gonfiato dall’informazione è il risultato di una specie che vola sempre a bassa quota in superficie poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato, vive e questo già gli basta e devo dire che oramai somiglia molto a tutti noi il conformi–i-sta il conformi-iii-i-sta.
Io sono un uomo nuovo, talmente nuovo che si vede a prima vista sono il nuovo conformista.

Lettura

Vi è molto di folle nella vostra cosiddetta civiltà. Come pazzi voi uomini bianchi correte dietro al denaro, fino a che ne avete così tanto, che non potete vivere abbastanza a lungo per spenderlo. Voi saccheggiate i boschi e la terra, sprecate i combustibili naturali. Come se dopo di voi non venisse più alcuna generazione, che ha altrettanto bisogno di tutto questo. Voi parlate sempre di un mondo migliore mentre costruite bombe sempre più potenti per distruggere quel mondo che ora avete.
(Tatanga Mani, capo indiano della tribù degli Siux Oglala, meglio conosciuto con il nome di “Toro Seduto”)

Oh Grande Spirito, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la Saggezza di capirne la differenza.
(Preghiera Cherokee)

Canzone: Eppure Soffia (P. Bertoli)

E l’acqua si riempie di schiuma, il cielo di fumi, la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi, uccelli che volano a stento, malati di morte, il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte
Un’isola intera ha trovato nel mare una tomba il falso progresso ha voluto provare la bomba poi pioggia che toglie la sete alla terra che è viva e invece le porta la morte perché è radioattiva
Eppure il vento soffia ancora spruzza l’acqua alle navi sulla prora e sussurra canzoni tra le foglie bacia i fiori, li bacia e non li coglie
Un giorno il denaro ha scoperto la guerra mondiale ha dato il suo putrido segno all’istinto bestiale ha ucciso bruciato distrutto in un triste Rosario e tutta la terra si è avvolta di un nero sudario
E presto la chiave nascosta di nuovi segreti cosí copriranno di fango persino i pianeti vorranno inquinare le stelle la guerra tra i soli i crimini contro la vita li chiamano errori
Eppure il vento soffia ancora spruzza l’acqua alle navi sulla prora e sussurra canzoni tra le foglie bacia i fiori, li bacia e non li coglie
Eppure sfiora le campagne accarezza sui fianchi le montagne e scompiglia le donne tra i capelli corre a gara in volo con gli uccelli
Eppure il vento soffia ancora

JPEG - 254.9 Kb

JPEGLettura - Giorgio Gaber

È come se dovessimo riempire un vuoto profondo. E allora ci mettiamo dentro: rimasugli di cattolicesimo, pezzetti di sociale, brandelli di antichi ideali, un po’ di antirazzismo, e qualche alberello qua e là.
È come se la vecchia morale non ci bastasse più. In compenso se ne sta diffondendo una nuova che consiste nel prendere in considerazione più che altro i doveri degli altri... verso di noi. Sembrerà strano ma sta diventando fortemente morale tutto ciò che ci conviene. Praticamente un affare.
E pensare che basterebbe pochissimo. Basterebbe spostare a stacco la nostra angolazione visiva. Guardare le cose come fosse la prima volta. Lasciare fuori campo tutto il conformismo di cui è permeata la nostra esistenza. Dubitare delle risposte già pronte. Dubitare dei nostri pensieri fermi, sicuri, inamovibili. Dubitare delle nostre convinzioni presuntuose e saccenti. Basterebbe smettere di sentirsi sempre delle brave persone. Smettere di sentirsi vittime delle madri, dei padri, dei figli. Smascherare, smascherare tutto: smascherare l’amore, il riso, il pianto, il cuore, il cervello. Smascherare la nostra falsa coscienza individuale.
Subito. Qui e ora.
Sì, basterebbe pochissimo. Non è poi così difficile. Basterebbe smettere di piagnucolare, criticare, fare il tifo e leggere i giornali. Essere certi solo di ciò che noi viviamo direttamente. Rendersi conto che anche l’uomo più mediocre può diventare geniale se guarda il mondo con i suoi occhi. Basterebbe smascherare qualsiasi falsa partecipazione. Smettere di credere che l’unico obiettivo sia il miglioramento delle nostre condizioni economiche perché la vera posta in gioco... è la nostra vita. Basterebbe smettere di sentirsi vittime del denaro, del lavoro, del destino e persino del potere, perché anche i cattivi governi sono la conseguenza naturale della stupidità degli uomini. Basterebbe rifiutare, rifiutare la libertà di calpestare gli altri, ma anche la finta uguaglianza. Smascherare la nostra bontà isterica. Smascherare la nostra falsa coscienza sociale.
Subito. Qui e ora.
Basterebbe pochissimo. Basterebbe capire che un uomo non può essere veramente vitale se non si sente parte di qualcosa. Basterebbe abbandonare il nostro smisurato bisogno di affermazione, abbandonare anche il nostro appassionato pessimismo e trovare finalmente l’audacia di frequentare il futuro con gioia.
Perché la spinta utopistica non è mai accorata o piangente. La spinta utopistica non ha memoria e non si cura di dolorose attese.
La spinta utopistica è subito. Qui e ora.

Canzone: La libertà (G. Gaber)

[Parlato] Vorrei essere libero, libero come un uomo. Vorrei essere libero come un uomo.
Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura che cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura Sempre libero e vitale fa l’amore come fosse un animale incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.
La libertà non è star sopra un albero Non è neanche il volo di un moscone la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione
[Parlato] Vorrei essere libero, libero come un uomo
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia Che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà
La libertà non è star sopra un albero Non è neanche avere un’opinione la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.
La libertà non è star sopra un albero Non è neanche il volo di un moscone la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione
[Parlato] Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza E che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza. con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo È convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.
La libertà non è star sopra un albero Non è neanche un gesto o un’invenzione la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione
La libertà non è star sopra un albero Non è neanche il volo di un moscone la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione, libertà è partecipazione.

Versione per stampante di questo articolo Versione per stampante


SPIP | | Plan du site | Réalisation : FAT78 (F. Filippini)